100 piccole cose bellissime

  1. Le bolle di sapone
  2. Il singhiozzo
  3. Saltare sul letto
  4. Giocare a schiacciasette
  5. Trovare banconote dimenticate nelle tasche dei cappotti
  6. Fare le palline con la mollica del pane
  7. Toccare la cera sciolta delle candele
  8. Fare le sculture con la buccia del Galbanino
  9. Immergere la mano in un cesto di lenticchie
  10. Lisciare la carta dei Kinder Sorpresa
  11. Arricciare i nastri da regalo con le forbici
  12. Sfogliare i vecchi album di foto
  13. I rutti spontanei
  14. Farsi il bagno in una vasca piena di schiuma
  15. Spremersi i brufoli davanti allo specchio
  16. Staccare l’interno della carta del Lindor
  17. Grattarsi dove prude
  18. I soprannomi
  19. Mettersi le dita nel naso di nascosto
  20. Saltare nelle pozzanghere con gli stivali di gomma
  21. Sparare le pillole fuori dal blister
  22. I palloncini
  23. Staccare i pallini dai maglioni di lana
  24. Il suono delle cicale d’estate
  25. Mordere le palline di carta argentata
  26. Mangiare con le mani
  27. Staccare le pellicole da qualsiasi cosa sia nuovo
  28. Le pernacchie sulla pancia
  29. Le polaroid
  30. L’odore dei vecchi libri
  31. Gli autoscontri
  32. La parola “pisello
  33. I pop-corn che scoppiettano
  34. Farsi i baffi con la schiuma del latte
  35. Andare in due in motorino
  36. Urlare fortissimo
  37. Lanciare coriandoli
  38. Mangiare i cubetti di ghiaccio
  39. Togliersi le mutande da in mezzo le chiappe
  40. Guardare il fuoco
  41. I pistacchi salati
  42. I piedi dei neonati
  43. Il rumore della moka
  44. L’odore del bucato
  45. Fare le righe con le dita sulle poltrone rosse del teatro
  46. Le lenzuola pulite
  47. Accendere l’accendino
  48. Togliere i filetti dal mandarino
  49. Disegnare sui vetri appannati
  50. Toccarsi/toccare le tette
  51. Le mani che diventano vecchie quando stai troppo in acqua
  52. Mangiare i tortellini crudi
  53. Fare le capriole
  54. Passare il dito nella fiamma della candela
  55. Rubare e farsi rubare il naso
  56. Accartocciare le bottiglie di plastica
  57. Le altalene
  58. Correre sotto gli acquazzoni estivi
  59. Ricevere cartoline
  60. Cantare sotto la doccia o davanti lo specchio
  61. I pacchi di Amazon
  62. Fare i palloni con le gomme da masticare, farseli esplodere in faccia
  63. Le dediche sui libri
  64. Camminare scalzi sull’erba
  65. Ascoltare il mare nelle conchiglie
  66. Le corse nei carrelli
  67. Temperare la mina delle matite e poi sfumarla con il dito
  68. Le gare delle gocce di pioggia sui vetri dell’auto
  69. Annusare le proprie puzzette
  70. Le carezze sui capelli
  71. Mangiare la neve
  72. Le auto decappottabili
  73. Le case abbandonate
  74. I campi di girasoli
  75. I lobi delle orecchie
  76. Spremere al centro il tubetto del dentifricio
  77. Alzare un solo sopracciglio
  78. Correre più veloce che si può
  79. Far schioccare la lingua
  80. Il fumo che esce dalla birra quando la stappi
  81. Addormentarsi sul divano
  82. Svegliarsi prima della sveglia, e accorgersi che si può continuare a dormire
  83. Cantare in macchina
  84. Aprire una confezione di riso sottovuoto
  85. Fare la scarpetta col sugo
  86. Gli occhiali che si appannano quando apri il forno
  87. L’odore di vernice fresca
  88. Il profumo del tulle
  89. Ricordarsi qualcosa di divertente e scoppiare a ridere da soli
  90. La colazione a letto
  91. Bere dalle fontanelle
  92. Il rumore della tastiera dell’aifon
  93. Dividere i Ringo a metà e mangiare prima la crema
  94. Fare un castello di carte e poi soffiarci
  95. Tuffarsi a bomba con la rincorsa
  96. Contare le stelle cadenti
  97. Arrampicarsi
  98. Le barchette di carta
  99. Guardare i fuochi d’artificio
  100. Sbattere la pallina sul bordo del biliardino prima di buttarla in campo

 

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La rivincita di Parigi

Nanna è una delle mie migliori amiche. Originaria di Pisa, ci siamo conosciute durante il primo anno di università, quando lei era una studiosa e rigorosa studentessa bocconiana, fieramente individualista e con un insano feticismo per Microsoft Excel.

Poi Nanna è partita per l’Erasmus, e al suo ritorno versò tante di quelle lacrime da depressione-post-erasums che si pianse via anche il rigore e l’individualismo, diventando una persona adorabilmente pigra ed esilarante. Ammetto di essere tutt’ora sconcertata da questa sua misteriosa mutazione, ma c’è una cosa che mi rincuora e mi fa escludere l’ipotesi dello scambio di persona, ed è continuare a vederla trascorrere ore ed ore ed ore a godere di macro, funzioni somma e cerca vert di fronte allo schermo del PC, con il sorriso della felicità stampato sul viso. E lì ne sono certa: è sempre lei.

Nanna ora vive a Parigi.
E Settembre, per quanto mi riguarda, è da sempre un mese caratterizzato da eccessiva irrequietezza e temporaneo senso di onnipotenza.

La conversazione si è perciò svolta più o meno in questi termini:
“Ciao Nanna!”
“Ciao Meri!”
“Che ne diresti se venissi a trovarti prossimamente?”
“Sarebbe bellissimo!”
“Ok ho prenotato per dopodomani.”

A Parigi c’ero già stata tre volte facendo il classico giro turistico stile lista della spesa. L’ho sempre trovata una città affascinante ma che sapeva di esserlo, perciò mi stava un po’ sul culo.
Consapevole dell’urgenza di concedere una meritata opportunità di riscatto ad uno dei luoghi più belli del mondo, la mia richiesta è stata la seguente: Nanna, fammi piacere Parigi.
Niente di più facile, ha risposto lei, basta non fare i turisti. 

Non fare i turisti. Ma io che sono nata col turismo nel sangue, come posso riuscire in un’impresa del genere? mi sono chiesta.

Ecco cosa è accaduto:

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Siviglia famiglia meraviglia

sivigliameraviglia

In famiglia siamo due gatte e quattro persone, in quest’ordine.
Nella scala delle priorità della mia famiglia, il benessere delle gatte viene infatti prima di molte cose, tra le quali: una solida istruzione, il benessere di Mariachiara, il pranzo di natale. Sospetto, anzi ne sono abbastanza certa, che se non fossero state una convalescente e l’altra impegnata ad organizzare uno dei suoi soliti rave coi gatti dei vicini, i biglietti aerei per il viaggio di famiglia sarebbero toccati a loro. E invece alla fine siamo partiti io e mio fratello.

Posto il fatto che esiste un ufficioso undicesimo comandamento che recita ‘non rifiutare mai un viaggio pagato‘ – amo viaggiare con la mia famiglia.
In vacanza ci si rilassa e si lascia uscire la parte migliore e più vera di noi, spesso soffocata dalle incombenze e dallo stress della routine quotidiana. In vacanza si accentuano convergenze e divergenze, si comunica meglio e di più. Sono convinta che queste piccole riunioni familiari siano il momento migliore per coltivare il rapporto con i miei genitori, perciò cerco di non rinunciarci mai, quando posso.

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Senza chiedere è il modo più bello di ricevere

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Mi svegliai che ero triste. Quel lunedì mattina il mondo era sempre lo stesso, ma io lo vedevo pieno di brutte pieghe che anche a stenderle con le mani restavano lì, a dare un’aria sbagliata alla giornata. Fuori pioveva senza nuvole, salii nell’autobus deserto e non trovai posto. In ufficio bevvi un caffè amaro con troppo zucchero, i colleghi erano tutti gentilmente scontrosi. Quando uscii, mi avevano rubato la bici che non avevo. Col passo pesante di chi vuole che la giornata finisca in fretta, mi avviai verso casa. Quel lunedì sera ero triste perché il mondo non l’avevano stirato.

Poi arrivò un pacco inaspettato da Amazon.

Non mi dilungherò sul mistico potere terapeutico dello shopping online, superato in efficacia solamente da pane e Nutella e dai video buffi dei gatti su YouTube.
Vorrei piuttosto parlare dei regali, dei doni, delle sorprese, dei pensieri gentili. Quel pacco è arrivato imprevedibilmente al momento giusto, e mi ha dato lo spunto per ragionare su come un nostro semplice gesto di affetto possa sistemare la giornata a qualcuno, anche a nostra insaputa.

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Una sciarpa verde – Episodio 2

Questo è un racconto, si chiama Storia di un tubetto di colla ed ogni fatto o persona menzionati sono puro frutto della mia fantasia. 

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A 23 anni ho deciso di iscrivermi all’università. So cosa starete pensando, l’università non era la tomba dell’anima? Diciamo che crescendo il mio pensiero è diventato un po’ meno intransigente. Soprattutto da quando il signor Vincerè ha deciso di chiudere il negozio e io mi sono ritrovata senza un lavoro, senza uno stipendio e senza prospettive. Ecco perciò il mio piano d’emergenza: in quest’ ultimo anno e mezzo sono riuscita a mettere da parte abbastanza denaro per pagarmi la retta universitaria per almeno un paio d’anni, al resto hanno promesso che penseranno i miei genitori. Mio padre si è dovuto trattenere dal fare i salti di gioia quando gli ho piazzato sulla scrivania la domanda di iscrizione a Giurisprudenza.

« Una vera istruzione per un vero mestiere, questo si che fa per te tesoro! »

So che la sua intenzione era quella di farmi felice, ma le sue parole mi hanno lasciato un po’ di amaro in bocca. Questo non fa per me, questo deve fare per me. Per forza.

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La mia Islanda al verde – Part 2

Sull’argomento Islanda, le persone si dividono in tre categorie: 1. Quelli che non sanno neanche dove sia: solitamente alla notizia “vado in Islanda” ti rispondono “Figo! Dove, a Dublino?“. 2. Quelli minimamente informati sulla sua localizzazione geografica, che – avendo sentito parlare di vulcani impronunciabili che eruttano bloccando il traffico aereo di mezza europa, gente che mangia squali putrefatti e freddo, tanto freddo – si mantengono comprensibilmente scettici. 3. Quelli che ci sono stati. Questa ultima categoria ne è follemente innamorata.

Quando metti piede in Islanda, te ne invaghisci per sempre.

Come ho già accennato, ho dovuto a malincuore fare una pesante selezione per parlarvi dei posti che ho amato di più. Avrei voluto dilungarmi, ma poi ho pensato che avrei anche voluto evitare di farvi dormire, ecco. Perciò la mia TOP 100 si è trasformata in una concentratissima TOP 8:

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La mia Islanda al verde

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Viaggiare rende ricchi.
Metaforicamente.

La vera verità è che viaggiare costa, ma questo è un problema aggirabile se si aguzza l’ingegno e ci si arma di tanta pazienza.

C’è stato un (lungo) periodo in cui ero molto al verde.
Vivere a Milano da studente, con paghetta mensile tarata giusta sul primo gradino della piramide di Maslow, può arrivare in molti casi a farti googlare roba come questa.

Nello stesso periodo, è uscito al cinema The secret life of Walter Mitty, e da quel momento partire per l’Islanda è subito diventata la mia prima priorità.

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Un tubetto di colla – Episodio 1

Questo è un racconto, si chiama Storia di un tubetto di colla ed ogni fatto o persona menzionati sono puro frutto della mia fantasia. 

un tubetto di colla

Forse sarebbe stato meglio se ci avessi pensato un altro po’. Non che non ci abbia pensato già abbastanza, intendiamoci. E’ che la vita della studentessa non la sento proprio adatta a una come me. A me piace dormire fino a tardi la mattina, finché diventa insopportabile restare ancora a letto per i crampi della fame, fare lunghe passeggiate in campagna senza sapere a che ora tornerò a casa, camminare fino a perdermi e dover usare google maps per ritrovare la macchina, passare le nottate in camera oscura a veder le mie foto prendere vita. Pensare a lungo, anche per ore e ore, fissando un angolo indefinito della mia camera da letto, finché non arriva l’ispirazione per un nuovo progetto fotografico. Tutte cose decisamente incompatibili con lo studio matto e disperato che una facoltà di giurisprudenza richiederebbe. Ma tant’è.

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La seconda volta ad Amsterdam non si scorda mai

amsterdam

Come è probabilmente successo anche a molti di voi, la prima volta che ho visitato Amsterdam ero giovane, troppo giovane per ricordarmela il giorno dopo.

E’ inevitabile essere travolti dagli eccessi di una città all’apparenza così audace e sfacciata, soprattutto perché la maggior parte di noi vi approda per la prima volta tra i 18 e i 23 anni – gli anni del tranquillosiamquinoi e per fortuna, perché nonricordopiùilmionome – e per questo solitamente ciò che resta della vacanza sono quattro foto dell’aeroporto, un bernoccolo di origine sconosciuta e tanta fame.

Amsterdam è molto più di questo, perciò merita una seconda indimenticabile visita.

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“Voglio una salopette nera”

Ma, Mariachiara, hai quasi 30 anni…

Ultimamente mi sento ripetere spesso questa frase. Volevo dirvi che questa storia dei quasitrentanni vi sta sfuggendo di mano: PRIMO perché non vedo la ragione di arrotondare per eccesso. Ne ho 25, potremmo equivalentemente affermare che ho quasi 20 anni. SECONDO perché non voglio essere il tipo di persona che giudica l’età un buon motivo per smettere di fare delle cose, ma piuttosto un buon motivo per sbrigarsi a fare ciò che si desidera ma non si è ancora trovato il coraggio di fare.

Perciò:

salopette copySalopette Berska, T-shirt H&M

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